PREFAZIONE
Chiunque volesse trovare parole pur belle per definire poeta e poesia
sarebbe battuto dalla naturalezza con cui Luciano Flamminio (il poeta)
offre la chiave di volta per entrare nella trama leggera ma preziosa di
questa sua raccolta.
La fresca funtanelle fornisce l’immagine viva e scintillante della
sorgente cristallina (l’antica fonte ‘mmezze a la nature) alla quale il
poeta, come stracco pellegrino dopo giorni di viaggio, rinfresca l’arsura
della sua bocca. È chiaro che la poesia è quella fonte che è lì da sempre
e che basta cercarla con costanza, fatica e umiltà perché bevendo accada
la maggije, quella del canto del poeta che effonde luce e profumo,
speranza e allegria nel mentre cancella pene e dolori.
Parte il poeta dai propri immediati dintorni per mettere la vita in versi,
il che significa anche saperne dire il dramma, proprio perché l’affresco,
sovente autobiografico, non esclude una profonda e sofferta cognizione
dell’esistenza.
Luciano Flamminio persegue una sua genuina sensibilità, priva di tessuto
retorico ma non per questo ingenuo, per cui ‘na parole, buttata all’alba
dentro la mente senza alcun apparente motivo,
s’à misse a ggirà’’ntorne nche nu vole, innestando un meccanismo
inarrestabile che fa riaffiorare ricordi e nostalgie,
figure e volti, profumi nel vento che accarezza le canne, sapore di marina
sulle labbra. Accenni brevi, ma carichi di motivi, bene scanditi dal
movimento piano e colloquiale, che illuminano le situazioni del vivere, sì
che il mistero della morte e la paura ancestrale del buio e del freddo
vengono esorcizzati dal desiderio di avere la tomba sotte a ‘na cerche,
‘mbacce a ‘na surjente / e tutte ‘ntorne verde, fiure e prate:/‘ddo’ fére
‘n’aria fresche di punente (Testamente).
E una sottile ironia accompagna l’ultima quartina: e nen minete a
cimintarme tante,/ pe’ fa’ sintì’ le pene di lu core;/ m’avaste ca lu sole
nen s’ammante / e nche li ragge spanne lu calore.
La stessa sottile ironia, trasparente e mai polemica connota altri
componimenti e fa sì che lo sguardo sull’esistenza sia nel contempo
malinconico e sereno, mentre cresce la sapiente rassegnazione alle vicende
umane. In tal senso maestri e numi tutelari sono la mamma e sciòre Cire,
figure emblematiche, che si muovono in un mondo che memoria e affetto
dilatano nell’alone di ritrovamento di un incanto primordiale, mentre
sollecitano la riconquista di valori smarriti perché si possa superare la
solitudine in un presente di odio e di brutture.
Un nucleo tematico importante attorno al quale ruota questo universo
poetico è senz’altro l’amore.
Nel clima dell’armonia coniugale si fondono serenità e forza, possesso e
maturità virile, desiderio e appagamento.
Ne sono emblema i versi di Juorne di malincunije (ti j’à ridà la fiamme de
l’amore,/ pe’ rippicciarte ‘mpette sune e cante:/ ‘ccome lu sole quande
da’ calore / e t’accarezze gne ‘na mana sante) o quelli di Orgoglie.
Ma l’amore è anche sentimento universale di gioia e di fratellanza, di
compiutezza del proprio mondo interiore ripercorso attraverso un costante
e diffuso desiderio di sogno che restituisca nella luce dei prati e dei
fiori il profumo del mondo, il paradiso della vita, i baci strappati nei
vicoli, a la cilate.
Sa essere amore per il proprio paese nell’incanto dei sogni ad occhi
aperti quando la marina risplende nel giallo oro delle ginestre a la
sulagne, mentre diventa ricordo nostalgico per tanti amici scomparsi.
Sempre le immagini che emergono dai versi sono schiette e offrono
quadretti di natura vivi di luce, freschi di odori, calde di voci (l’arie
è fresche e ‘ddore di jnestre / lu sole scalle e coce gne ‘na fiamme / e
li cardille all’albe ggià fa’ feste),ritagli di paese nei flash di vicoli
e di ruelle o negli interni appena abbozzati della casa dell’infanzia dove
il mobilio povero ed essenziale veniva ravvivato dalla presenza forte del
nonno e dal suono del suo strumento (lu ddu botte).
La fisionomia complessiva dei dati della natura si profila nella visione
elementare del cielo, dell’acqua che scorre, della distesa del mare, della
terra dei campi, campo infinito per infiniti ed estenuanti giochi
infantili, e in questo variegato medaglione trovano un incastro perfetto
anche i fenomeni atmosferici. Tra le composizioni più significative va
senz’altro segnalata Fère lu vente, cinque strofe che partono tutte con un
quinario e proseguono con quattro novenari a rima baciata che assecondano
un ritmo snello attraverso il quale passano, veloci, immagini ed emozioni.
Ma il poeta dà luce anche a una natura violata che effonde odore di morte:
il mare attaccato dai veleni, i pesci senza vita, i relitti di cuocchie di
cunchijje, scheletri di barche abbandonate che mo’ lu vente zuffie e li
cunzume, gabbiani insolitamente muti su scogli incatramati.
Dolore e silenzio regnano laddove la vita pulsava pur tra notti di
tempesta e sudore di fatiche.
Una poesia quella di Luciano Flamminio che si piega all’evento, si avvolge
nella speranza, si rattrista dinanzi al dolore, s’abbuia dinanzi alla
tragicità, ride e canta nel caldo della vita e dell’amore e che conosce
pure un altro motivo dominante: l’accettazione del giorno, qualunque esso
sia, dono incommensurabile di una visione dettata dalla Fede.
In tal senso Chi cante...prehe è un componimento che rende con termini di
pacata dolcezza la forza e la consolazione che vengono dalla voce di Dio
nei giorni in cui trema e tace, per poco fiato, la voce dell’uomo.
Il ritmo piano, il lessico puntuale nell’adesione a una dialettalità
originaria e sedimentata connotano la variegata sensibilità d questa
poesia che nasce, lo ripetiamo, dalla sollecitudine per un canto limpido e
spiegato della vita, dono di Dio e conforto per l’uomo attraverso tutti
gli atti d’amore di cui egli è capace.
Marina di San Vito, 21 giugno 2004.
Adelia Mancini |
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