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Prefazione
La poesia di Luciano Flamminio ha risonanze profonde, anche se in
apparenza sfiora gli oggetti, i paesaggi, le figure senza calcarne i
contorni e accenderne le tinte; sorge infatti da una personale visione
della vita, che si richiama ai principi di un'etica umanitaria e
solidaristica, sicché ogni pensiero, sia pure sommessamente proferito,
s'ispira a norme di vita intimamente rispettate.
Per cogliere qualche esempio di questa fedeltà ai valori sociali, si vede
come in Nen ere n'ombre la figura del barbone, che va "sbuscichénne
pe' la fame" tra i rifiuti, addentando quel poco di commestibile che
trova, s'inserisca nel bel paesaggio circostante quasi con timidezza;
tuttavia il poeta non può fare a meno di sottolineare, in chiusa di
sonetto, che "ere propriamente 'na persone": che valenza morale in questa
sintetica definizione, capace di restituire tutta la dignità di uomo al
povero mendicante!
Il bisogno non del solo cibo, ma dell'amore, ispira anche La fame...,
dove il sentimento di pietà è accentuato dalla presenza come protagonista
di un bambino piangente; lo stesso sentimento circola in Nu
citilucce..., imperniato sulla figura di un piccolo handicappato,
proteso nel vano desiderio di correre, di giocare con i coetanei, ma
purtroppo isolato nella sua dolorosa condizione: come ha scritto
Alessandro Dommarco, si avverte in questo sonetto "una partecipazione
calda e sentita", si coglie un vivo e dolente moto dell'animo verso chi
soffre. Così in S'appure 'na matine l'accorata solidarietà
di Flamminio è offerta a un malato inguaribile e in 'Na sante
si accentra sulla delicata figura di una giovinetta spentasi alla vigilia
delle nozze.
La sua attenzione non si sofferma soltanto sui casi patologici della vita
sociale - gli emarginati, gli orfani, i condannati dall'indigenza o dal
morbo -, bensì scopre la sofferenza anche dove è ignorata o dissimulata,
per esempio tra gli anziani rimasti soli (T'aspette... 'na famijje),
ai quali fa bene anche una semplice parola di conforto "Damme sa mane,
sciò', jàme nche mme...", o tra i lavoratori dei campi, presi da un muto
sconforto quando l'imperversare della tempesta distrugge le fatiche di un
intero anno (Lu maletempe).
A questi scorci di dolore e di sacrificio Flamminio contrappone la
confortante visione della natura in fiore, simbolo di vitalità e di
crescita (Ve' la primavere), e della laboriosità,
particolarmente di quella contadina, che si esprime nella pienezza delle
sue potenzialità a diretto contatto con l'ambiente naturale (La
campagne) sicché proprio dalla riflessione sul quotidiano, umile
impegno dei coltivatori della terra egli ritrae un motivo di speranza. La
vita, insomma, non riserba soltanto ingiustizie e sofferenze, se c'è chi
sa impiegarla serenamente in un lavoro duro, ma onesto: la costatazione si
traduce in ottimistico sogno rinnovatore, che fa auspicare al poeta una
sorta di palingenesi universale:
"Vulesse aresbijarme 'na matine
nghe ssone di campane tutte a ffeste,
sentì' da capammonte a la marine
ca le persone à duventate uneste
e senza l'uòdie e senza lu rancore
aritruvarse 'nzimbre pe' la vije,
purtenne 'mpette sole e sempre amore,
verse la ggente e verse la famijje..."
(ARETRUVARSE)
La solidarietà tra gli uomini, la comprensione reciproca costituiscono i
riferimenti essenziali di questa idoleggiata società. All'evasione nel
sogno corrisponde un altro genere di ideale fuga dal presente: la
nostalgia del buon tempo antico, il recupero degli anni infantili e
giovanili, rivisitati col trepidante desiderio di tornare a vivere, almeno
in poesia, tra gli affetti, nei luogi e con le persone care di una volta.(Lu
muline, 'Na serenate, La sfilate, Chiudeme l'uocchie, sonne). E'
il motivo che ispira la lirica di apertura della raccolta, Desiderie,
intessuta di tanti specifici richiami agli umili oggetti del passato (la
sedia di paglia, la forchetta di stagno, il focolare...), ormai
irrecuperabili nella loro realtà pregna di ricordi; dunque, inutile
richiamarli: "lu tempe ch'à passate fine a iére / nen s'aricchiappe cchiù".
Eppure, proprio questa sensibilità per le cose perdute, oltre ad offrire
un valido motivo di poesia (come conferma, tra gli altri, il componimento
che conclude la raccolta, Quarant'anne), è anche la ragione
che induce ad amare più fortemente ciò che oggi ci affianca e sostiene: la
famiglia, perciò, diviene il centro focale dell'esistenza, ispirando a
Flamminio apostrofi semplici e intense, come O cara Rose e
L'uocchie di mamme, interni domestici pervasi di tenerezza,
come La nonne e 'Mparadise. Proprio entro le
pareti familiari è immaginata l'enunciazione di quella che può definirsi
la sua poetica in nuce: "Sò' nnate pe' lu cante, sò' puhéte, / pe' mme nu
verse è ccome 'na preghiere!" (Lu puhéte); la poesia
infatti, "sta vicine a Ddije", quindi sublima e purifica ogni umano
sentimento, facendo sì che l'affanno si tramuti in speranza e la passione
in amore.
Umberto Russo |
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